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“Sei un cretino, Palmo, mi tocca morire per un cretino come te”

“A me nessuno mi fa pena come quelli che fanno un mestiere che non è il suo”

L’attività letteraria di Beppe Fenoglio, il cui grosso del lavoro è uscito purtroppo postumo, si articola per la maggiore sull’aspetto della guerra civile e sulla vita partigiana: temi derivati dalla partecipazione diretta dello scrittore piemontese alle vicende che videro la zona delle Langhe teatro di quello che fu la Resistenza dal nazifascismo.

Esiste però, quasi a parallelismo del filo conduttore resistenziale, una forte propensione di Fenoglio a descrivere la sua terra natale; con particolare riguardo alla vita contadina del tempo e alle esperienze dei giovani reduci negli anni immediatamente successivi al conflitto, che li vide lasciare le proprie case e famiglie per aggregarsi sulle colline alle formazioni partigiane combattenti.

Se, quindi, opere come Il partigiano Johnny, Una questione privata, Primavera di Bellezza, l’Imboscata, i racconti come Vecchio Blister, Il muro, Gli inizi del partigiano Raoul, sono appartenenti al filone “partigiano”, romanzi come La malora e racconti come Acqua verde, Nove lune, L’odore della morte e altri confluiscono nel secondo filo conduttore della creatività fenogliana: la propria terra, le usanze e le abitudini, la vita dei reduci.

Beppe Fenoglio e la sua terra: le Langhe

Sono questi due aspetti che si intersecano vicendevolmente andando a comporre il bellissimo scorcio piemontese che Fenoglio ci lascia; la guerra è la cicatrice sociale del periodo postbellico e la povertà il comune denominatore delle vicende contadine  dove si muovono e vivono i protagonisti che sembrano dominati da una visione olistica della vita: spesso obbligati dal contesto a decisioni tragiche o incapaci di opporsi alle dure condizioni del tempo se non a prezzi carissimi e con atti estremi (ad esempio Un giorno di fuoco).

La paga del sabato, oggetto di questa piccola recensione, non tradisce i propositi di Fenoglio sopra illustrati; ritroviamo l’Ettore protagonista del racconto “Ettore va al lavoro” contenuto ne “I ventitrè giorni della città di Alba”.

E’ questi un reduce ex partigiano che si trova completamente spiazzato dalla vita civile e patisce enormemente il ritorno alla realtà che gli impone, per tirare avanti alla buona, di trovarsi al più presto un lavoro pagato. E’ fonte questa di grossa frustrazione per Ettore che, come ricorda alla madre che non manca di accusarlo di non voler lavorare, quando era partigiano comandava venti uomini e ora non capisce come mai dovrebbe andare come una pecora a stare 8 ore al giorno chiuso in una stanza. L’autore metti fin dall’inizio in evidenza la difficoltà dei giovani a reinserirsi nel mondo del lavoro: chissà se Fenoglio fosse ancora vivo cosa penserebbe dell’attuale situazione che sembra ripetersi nell’Italia dei giorni nostri.

Di fronte ai continui lamenti della madre e ai silenzi di accusa del padre, Ettore accetta un lavoro d’ufficio presso una fabbrica locale. Il mattino dove avrebbe dovuto iniziare, di fronte ai cancelli, vede la gente in attesa dell’apertura del portone e, quando questo si apre, si nasconde e fugge. Bellissima la descrizione dei pensieri di Ettore, quel “Io non sarò mai dei vostri, qualunque altra cosa debba fare, mai dei vostri; siamo troppo diversi, le donne che amano me non possono amare voi e viceversa” denota chiaramente il malessere interiore del protagonista che si sente letteralmente soffocare da un qualcosa che vive come una penosa e grave costrizione alla sua “libertà” di essere.

Ettore decide così di contattare un suo amico di brigata, Bianco, e di aggregarsi con lui e il suo scagnozzo poco intelligente Palmo in un business alquanto pericoloso: minacciare gli ex fascisti superstiti e ricattarli, trafficare in armi e addirittura in droga;  il tutto ovviamente tacendo la vera natura del “lavoro” ai genitori che si quietano e finalmente lo lasciano vivere quando vedono le sue rendite derivate in realtà da attività fuorilegge.

Il tutto corre a gonfie vele fino a quando Vanda, la sua ragazza, rimane incinta di lui. Ettore si assume le sue responsabilità con la famiglia della ragazza rassicurandoli di volerla sposare e inizia così a progettare il suo ritorno alla legalità acquistando con i proventi del suo “lavoro” un distributore di benzina che inizia a ristrutturare.

La città di Alba

Ma c’è il tragico epilogo: durante una consegna Palmo, che Ettore aveva preso con se come socio nella sua attività legale, sbaglia una manovra col camion e lo uccide. All’arrivo della povera Vanda che chiede a Palmo quali sono state le ultime parole del marito questi dice: “Sei un cretino, Palmo, mi tocca morire per un cretino come te”. Devo dire che quando ho letto questa frase ho riso, è stupenda nella sua tragicità e rende in pieno al lettore  lo spirito di Ettore che Fenoglio ha voluto conferirgli: persona buona fondamentalmente, capace di valutare nel suo profondo il bene e il male e abile nel giudicare gli altri tra cui lo sciocco e irrecuperabile Palmo.

Nel complesso una bellissima prova quella di Fenoglio che si conferma alla grande quel superbo narratore che avrebbe meritato molto di più di quello che raccolse nella sua intensa esistenza di partigiano e scrittore.

Personalmente apprezzo di più il filone Resistenziale delle sue opere ma  questi suoi scorci “sociali” non possono essere apprezzati e goduti perché il suo stile è sempre lo stesso: schietto, diretto, sincero e soprattutto onesto: la stessa onestà di narrazione che lo fece bollare, non dimentichiamocelo, da certa stampa di sinistra come “traditore” dei valori Resistenziali.

Grande Beppe.

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