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“9 sacerdoti italiani uccisi dai nazisti e 5 dai fascisti sono stati insigniti di medaglie dalla Repubblica Italiana, ma nulla è andato a nessuno dei 130 loro confratelli massacrati dai partigiani comunisti. Nulla!”

 “La verità vi farà liberi” – Vangelo di Giovanni

Monumentale opera di Roberto Beretta che intraprende una strada impervia e spinosa, dove spesso chi l’ha preceduto è stato bollato (frettolosamente) come “revisionista”; parliamo di quel lato poco conosciuto di una fase storica importantissima della storia italiana, la Resistenza, di cui purtroppo col passare degli anni stanno per sparire gli attori diretti ma non di certo l’enorme interesse per quello che ha significato allora e negli anni a venire.

Secondo alcuni storici esiste un volto della Resistenza di cui si è molto restii a parlare, quello che nelle classi non viene mai esposto e che può essere sintetizzato nella domanda: come mai, pur essendo ampiamente supportati da prove e testimoni, non si parla mai di episodi criminosi compiuti durante la guerra civile dai partigiani? E ancora: come mai non ci sono mai ricorrenze ufficiali, targhe o cippi che ricordino esplicitamente episodi legati a stragi compiute da partigiani, confermate addirittura da testimoni?

Ho trovato questa domanda di estremo interesse, specie se contestualizzata in quel clima che caratterizzò il periodo che va dal 1943 a qualche anno oltre la fine della guerra, e che mi ha spinto ad approfondire con una serie di testi questo lato “oscuro” di una fase così importante nella storia del nostro Paese.

Il primo di questi testi è quello oggetto di questa recensione.

Premetto subito un concetto fondamentale: sono convinto che le dittature siano un profondo male per ogni Paese e che la storia ci ha insegnato a caro prezzo cosa succede quando democrazia e libertà vengono bistrattate. Penso che la Resistenza sia stata assolutamente importante per ripristinare questi valori in Italia e che i partigiani abbiano contribuito in maniera determinante a liberare il nostro Paese. Ritengo ad ogni modo che, per onore e onestà di cronaca, sia giusto riportare i fatti come effettivamente avvennero nella loro integrità; insomma: se una numero di partigiani ha compiuto atti criminosi per un eccesso ideologico è giusto e doveroso denunciare tali avvenimenti.

Questo, a mio modesto parere, non offuscherà mai il merito di coloro che combatterono per la libertà, e proprio per onore di questi ultimi la verità completa deve essere riportata in toto affinché  i crimini di alcuni non vadano a oscurare l’operato di tutti.

La giusta e meritata lapide commemorativa di Don Francesco Cabrio (click per leggere la sua storia), ucciso dai fascisti. Nessun tipo di lapide esiste, invece, per commemorare i preti vittime dei partigiani comunisti.

Non si tratta di revisionismo, ma correttezza storica: dirla tutta insomma, senza condizionamenti ideologici ma analizzando esclusivamente i fatti e quello che ne derivò. Preferisco saperla tutta piuttosto che saperla solo dal lato dove batte il sole, quello in genere incensato in pompa magna tenendo nascosto quello oscuro per paura che quest’ultimo intacchi il primo agli occhi della gente. Ecco allora fioccare le accuse di revisionismo a priori, insulse a mio parere.

Il libro di Roberto Beretta mantiene la fedeltà a questi presupposti andando a raccontare la storia dei preti uccisi dai partigiani, per un eccesso ideologico, dal 1943 al 1951: 80 casi  più 50 nel confine nord orientale per mano degli uomini di Tito: 130 sacerdoti uccisi in tutto. Qualcuno ne ha mai sentito parlare? Io mai onestamente, e neppure ho sentito speciali in tv o articoli di giornali esaminare il caso nell’intera sua portata.

I sacerdoti “giustiziati” vengono inquadrati in diverse categorie a seconda del contesto che decretò la loro fine: ci sono gli epurati (i fascisti dichiarati), i cappellani militari, i sospettati (delatori, traditori, o supposti tali), i giustiziati, i traditi (dagli stessi che avevano aiutato), i dimenticati e gli insepolti (tuttora dispersi), i beatificati, gli strumentalizzati, gli infoibati.

Nomi e cognomi, biografia,  “cause” della morte ed esecuzione di ciascuno di questi  130 preti semisconosciuti e semidimenticati dalla storia ufficiale. Alcuni subirono angherie e torture indicibili degne del peggior nazionalsocialista invasato.

Rolando Rivi, il giovane seminarista ucciso dai partigiani

Ma a cosa sono dovuti, secondo l’autore, questi eccessi ideologici? Per buona parte all’orientamento comunista dei partigiani garibaldini rossi (contrapposti ai badogliani azzurri) che vedevano nella Resistenza una contrapposizione forte e spregiudicata al fascismo da conquistarsi sul campo, con mezzi spesso violenti, per preparare l’avvento del socialismo in Italia negli anni a venire. Molti jugoslavi titini confluirono nei garibaldini, così pure molti estremisti ideologici che videro nel movimento un’occasione per dare libero sfogo ai loro piani politici violenti.

Ecco allora che, spesso e volentieri, la figura del prete in quanto tale diventa simbolo da combattere a prescindere dall’uomo, anche se il sacerdote non è un delatore e neppure un fascista. I metodi di eliminazione descritti sono molto barbari: torture, insacchettamento, mitragliate, “prelevamenti” notturni per esecuzioni con l’uccisione di terzi malcapitati che non c’entravano nulla e con motivazioni spesso inventate di sana pianta (su tutte la solita: spia). Toccante la storia del giovane seminarista Rolando Rivi di 15 anni.

Interessantissimo questo passo: “9 sacerdoti italiani uccisi dai nazisti e 5 dai fascisti sono stati insigniti di medaglie dalla Repubblica Italiana, ma nulla è andato a nessuno dei 130 loro confratelli massacrati dai partigiani comunisti. Nulla!” Come mai mi chiedo? Forse perché troppo scomodi? Forse perché non si può riconoscere il valore di alcuni di questi sacerdoti senza rivelare e denunciare il lato buio della Resistenza?

Ancora più interessante: i pochi esecutori materiali di questi efferati crimini che sono stati processati e condannati hanno goduto tutti dell’amnistia Togliatti, che spesso viene ricordata sempre per aver impedito la giusta persecuzione di criminali fascisti ma mai viene citata per crimini partigiani comunisti. E’ interessante ragionare su questi punti e farsi delle domande.

Siamo nel 2012 ma la verità, in certi casi, rimane purtroppo schiava di una Storia spesso e volentieri “pilotata” nella versione ufficiale. Lo stesso autore ha fatto molta fatica, in alcuni casi, ad accedere ai dati delle storie di questi sacerdoti: molti anni sono passati ma la paura di essere giudicati politicamente ed avere grane è ancora viva.

Penso che la Storia ufficiale debba contemplare a 360 gradi tutto quello che avvenne in quei tempi bui; come già detto in precedenza proprio per evitare che le azioni criminose di un gruppo vadano ad offuscare quelle giuste di coloro che credettero veramente negli ideali della vera  Resistenza.

Un ottimo libro, in definitiva, quello di Roberto Beretta che ha il grosso merito di contribuire a “dirla tutta”, colmando un vuoto che dura inspiegabilmente da più di 60 anni.

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