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“Sarò sempre davanti a voi”

19 febbraio 1945: I Marine americani sbarcano sulla spiaggia di Iwo Jima, un’isola a 1250 km da Tokyo. Lo scopo: catturarla data la sua importanza strategica nello scacchiere tattico della Seconda Guerra Mondiale, teatro del Pacifico. Oltre a disporre di due piste aeree costruite dai giapponesi l’isola è una portaerei naturale inaffondabile; una volta presa sarebbe possibile avanzare la prima linea in quella che nelle idee dei generali Americani era la prima mossa di invasione dell’arcipelago Giapponese.

Il generale Tadamichi Kuribayashi (Wikipedia)

Il generale Smith dispone di una forza di sbarco di 60 mila uomini effettivi più altri 100 mila di rinforzo pronti a muoversi; nei mesi precedenti l’isola è stata oggetto di cannoneggiamento e bombardamento da parte della Marina Americana con lo scopo di indebolirne le difese e facilitarne la conquista. Le forze giapponesi sono stimate sui 20 mila (previsioni poi rivelatesi corrette). Un affare che sulla carta prevede, conoscendo la condotta militare dell’esercito Giapponese nelle precedenti battaglie di Guadalcanal, Peleliu e Saipan, la resistenza sulla battigia e un attacco banzai (suicida) delle forze rimanenti la notte stessa dello sbarco.

Durata stimata della battaglia: non più di cinque giorni.

Le previsioni americane invece vennero sconfessate dall’insolito modo di combattere dei Giapponesi: nessuna difesa sulla spiaggia, nessuna trincea, nessuna visibilità da parte del nemico. I soldati avevano trasformato l’isola in un “termitaio” militare dove condurre una guerra di logoramento e, se necessario, di guerriglia data la schiacciante inferiorità in effettivi e in armamenti nei confronti del nemico. I cinque giorni stimati per la conquista dell’isola si trasformarono in trentasei lunghi e sanguinosi  giorni  di combattimenti serrati e, dato il bombardamento “a tappeto” dei mesi precedenti, del tutto inaspettati.

Bilancio finale di uomini fuori combattimento, tra morti e feriti: 28000 circa per gli americani e 21000 circa per i giapponesi. Per la prima volta nel teatro del Pacifico il bilancio delle perdite è maggiore per gli americani rispetto ai Giapponesi.

Ma come fu possibile questa resistenza a oltranza delle truppe nipponiche? Senza rifornimenti, senza supporto aereo, senza supporto navale, gli uomini del Sol Levante resistettero 36 giorni e 36 notti di battaglie serrate, corpo a corpo, sparendo e ricomparendo indietreggiando gradualmente prima di essere poi sopraffatti in maniera definitiva dallo schiacciante strapotere USA.

A Iwo Jima fu messa in campo una strategia innovativa, in contrasto con quella in vigore fino all’ora che prevedeva la difesa della spiaggia e la cosiddetta carica banzai, dove i sopravvissuti assalivano nottetempo le forze d’invasione causando numerose perdite ma subendone altrettante senza poi poter fare alcunché.

Il merito di questa straordinaria organizzazione fu tutto del comandante in capo delle forze giapponesi  sull’isola, il generale Tadamichi Kuriba

Il generale Kuribayashi con i suoi uomini (fonte http://www.iwojima.com)

yashi.

“Così triste cadere in battaglia (so sad to fall in battle il titolo in inglese)” è il libro di Kakehashi Kumiko che ci racconta la vita del generale e quello che fece per rendere Iwo Jima una fortezza che resistesse il più a lungo possibile al tentativo di conquista USA. Viene messo in risalto nelle pagine anche l’aspetto umano del generale Kuribayashi, marito devoto e padre premuroso, militare integerrimo e intransigente ma capace di accaparrarsi la stima dei suoi uomini che lo consideravano uno di loro, nonché rispettato e onorato dagli stessi USA. Contrario all’attacco di Pearl Harbor, Kuribayashi conosceva bene gli Stati Uniti avendovi soggiornato per motivi di studio dal 1928 al 1930; conosceva lo strapotere economico dell’avversario ed era fermamente convinto che i militari esistessero per consentire alla gente di condurre la vita normale di prima della guerra. Più volte tacciato di filoamericanismo, alcuni storici pensano che sia stato mandato a Iwo Jima apposta per essere ucciso, dato che il comando militare nipponico ha sempre saputo che difendere l’isola a oltranza fosse cosa impossibile.

Anche Kuribayashi lo sapeva. Ma accettò comunque l’incarico. Pensava che se l’isola fosse caduta i bombardieri americani B29 avrebbero potuto effettuare incursioni su Tokyo: ogni giorno di resistenza dell’isola era un giorno in più di sicurezza per gli abitanti del continente. Lo scopo della sua strategia: non essere sconfitti. Sapeva che la battaglia non poteva essere vinta, ma confidava che il logoramento a cui sarebbero stati sottoposti gli americani a Iwo Jima avrebbe causato nell’opinione pubblica un senso di sfinimento per la guerra  favorendo eventuali negoziati di resa da parte del Giappone. Evidentemente su questo non ebbe torto; non poteva sapere che i suoi disperati sforzi per resistere e le perdite inflitte potessero giustificare per gli USA il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (alcuni storici negano questa eventualità, ad esempio Florian Coulmas in “Hiroshima, storia e memoria dell’olocausto nucleare”, recensito sul mio blog).

Non essere sconfitti implicava un cambio di strategia militare e la consapevolezza che probabilmente pochi sarebbero tornati a casa dalle proprie famiglie. Lo stesso generale scrisse alla moglie “non fare progetti per il mio ritorno”. Kuribayashi fece spostare il grosso delle difese dalla spiaggia all’entroterra e diede il via alla costruzione di tutta una serie di tunnel sotterranei fino al monte Suribachi, il vulcano inattivo dell’isola. Diramò una serie di regole secondo cui ciascun soldato non era autorizzato a morire prima di aver ucciso 10 nemici, vietò gli attacchi suicidi più volte e mise gli ufficiali nelle stesse condizioni dei soldati: stessa razione di acqua (scarsissima sull’isola), stessi pasti.

I piani di invasione dell'isola (Wikipedia)

I nove mesi che passò sull’isola rivivono nelle lettere che inviò alla moglie e ai figli. Emerge una persona consapevole della propria imminente fine ma nello stesso tempo fiera e rispettosa per la vita: contrario alla guerra ma abile nel giocarla quando diventa l’unico modo per difendere la sua gente e i suoi cari.

Quando la battaglia raggiunse l’epilogo finale, con l’esercito giapponese distrutto, Kuribayashi manda il suo commiato all’imperatore. Su esso scrive:

“La battaglia è giunta all’epilogo. Dallo sbarco del nemico gli uomini al mio comando  hanno combattuto in maniera così valorosa da commuovere persino gli dei”

Nella poesia funebre allegata scrive:

“Impossibilitato a adempiere a questo arduo compito per il nostro paese, frecce e pallottole esaurite, tristi siamo caduti”

La censura dell’epoca tradusse la frase con “Mortificati siamo caduti”; non era concepito che un generale si lamentasse di qualcosa e quel verso poteva avere un eco troppo disfattista nell’opinione pubblica. Ma lo scopo di Kuribayashi era un altro, semplice e altrettanto importante: rendere omaggio ai suoi uomini facendo sapere a tutti come fossero stati valorosi a combattere fino alla morte, anche se abbandonati dal comando (che nei mesi precedenti dichiarò l’isola sacrificabile), anche se vissuti in condizioni precarie e difficili per nove lunghi interminabili mesi.

La storia della battaglia non ci racconta la fine del generale, dato che il suo corpo non fu mai ritrovato. L’ipotesi più accreditata vuole  che abbia tolto i gradi dall’uniforme per rendersi non identificabile prima di guidare l’ultima  carica finale contro il nemico cadendo con i suoi uomini. Entrando per sempre nella leggenda.

Ho letto il libro qualche anno dopo aver visto il film “Letters from Iwo Jima”, e devo dire che mi è piaciuto molto. Non è una fredda cronaca militare, è il resoconto di un gruppo di uomini, capeggiati da un generale e uomo straordinario, che si trovarono condannati su un’isola e la difesero fino alla fine pur sapendo di andare incontro a morte certa.

E’ il racconto della vita di Kuribayashi, l’uomo i cui sentimenti e ideali resero un militare anomalo, quasi che si fosse trovato a combattere una guerra che non voleva reputandola persa in partenza.

Non si può essere insensibili alla lettura di queste pagine dove alla fine emerge, dando ragione alle parole di Mario Rigoni Stern nella prefazione, un grandissimo senso di pietà. Penso che nelle intenzioni dell’autrice non ci fosse null’altro che rendere omaggio a uomini coraggiosi che credettero in qualcosa fino alla fine, al loro generale che combatte’ sempre al loro fianco e si rese uno di loro a tutti gli effetti. Morendo con loro.

Assolutamente da leggere….

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