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“La vita ti da addosso con dei castighi: io per aver tardato ad andare in licenza non ho più visto vivo mio padre”

 

Bellissima opera di Beppe Fenoglio, uscita nel 1954, che narra le vicende contadine delle Langhe dove a farla da padrona, quasi a condizionare ogni vicenda, è la povertà dell’epoca e della zona.

La trama si snoda vista dagli occhi di Agostino Braida, giovane ragazzo mandato a servire al Paviglione, la tenuta di un padrone di Alba gestita dalla famiglia Rabino, ovvero Tobia, sua moglie e i suoi tre figli. A causa dell’estrema povertà in cui vessava la famiglia Braida, Agostino viene di fatto destinato dal padre a servire in una condizione di lavoro faticoso e di scarsissima ricompensa lontano dalla sua casa natale; simile sorte capita al fratello Emilio destinato invece al seminario per diventare prete nella speranza di un destino migliore e soprattutto per estinguere un debito contratto con una maestra.

Un tipico paesaggio della langhe nei pressi di Alba

“malora” è un titolo azzeccatissimo che rispecchia in pieno lo stile di vita dei protagonisti; le colline delle Langhe sono lo scenario dove, come viene ricordato più volte nelle pagine, si vive e dove qualche povero diavolo stufo di questa esistenza l’ha fatta finita in qualche gorgo del fiume Tanaro.

Tutte le vicende si svolgono al Paviglione e descrivono i problemi tipici di quell’epoca: la lotta per ricavare sostentamento dalla terra e dagli animali, il padrone che di tanto in tanto viene a battere cassa sulla già scarsa produzione agricola, le dinamiche familiari decisamente patriarcali dove il capofamiglia non lesina verga e cinghiate, le donne che vengono chieste come mogli  da degli semi sconosciuti vicini di tenuta che si spera possano rappresentare un buon partito.

La povertà emerge dalle pagine e da ogni episodio, i sogni di fuga di Agostino e le preoccupazioni per la sua famiglia dopo l’incidente del padre, la situazione di Emilio che patisce la fame e si ammala in seminario, i ricordi della sua gente che si trovano in bellissime descrizioni di episodi.

Le stagioni passano ma i problemi sono sempre i soliti; spesso mi sono ricordato dei racconti che mi facevano i nonni di quell’epoca (l’ambientazione si ritiene sia quella di inizio secolo scorso) e molti dei dettagli fanno parte di quei resoconti a cui ormai ci sentiamo lontani. Su tutti l’episodio della cena a base di polenta insaporita strofinandola su un’acciuga appesa al soffitto, oppure quello finale della preghiera della mamma di Agostino inginocchiata nella vigna; lavoro e fede diventano colonne portanti e  obbligatorie  in uno scandirsi del tempo caratterizzato dalla fatica estrema per ottenere il minimo indispensabile.

Caratteristica di Agostino, tipica della gente “di terra” dell’epoca, è l’assoluta volontà di resistere alla “malora” che colpisce lui e i suoi familiari; il desiderio è quello un giorno  di riacquistare l’indipendenza .

la città di Alba

Gli adii e le separazioni, per morte o per partenza, sono presenze costanti; i paglioni spesso sostituiscono i letti e l’ambiente cittadino diventa agli occhi dei contadini quasi una metropoli da cui vergognarsi per la propria condizione. Bellissima la descrizione del padrone nella farmacia con la macchina di cassa che fa “tlin” ogni volta che una moneta viene messa nella sua pancia.

Con “I ventitré’ giorni della città di Alba” avevo avuto modo di confrontarmi con un Fenoglio impegnato non solo nel descrivere l’ambiente della Resistenza ma anche quello delle problematiche del dopo guerra e della sua terra; con “La malora” ho piacevolmente ripreso questo punto di vista trovandomi durante la lettura quasi a essere un contadino, un servitore, a dormire la notte nel paglione e a sognare un domani di farcela per conto mio senza più rendere conto a nessuno.

Ancora una volta Fenoglio descrive da sublime narratore un pezzo di storia del mio Piemonte che odora di terra, bestiame, sudore e povertà ma anche di volontà, fede e tenacia.

 

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