More about Hiroshima. Storia e memoria dell'olocausto nucleare

Il 6 agosto 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne sganciata sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica della storia, chiamata in codice “Little Boy”. Tre giorni dopo, il 9 agosto, una seconda bomba venne sganciata sulla città di Nagasaki. Il giorno 15, dopo un messaggio radiofonico dell’imperatore Hiroito, il Giappone si arrendeva incondizionatamente: finiva così il conflitto che per sei lunghi anni aveva insanguinato il Mondo.

Florian Coulmas dedica questo volume al tema del bombardamento nucleare analizzandone origini, situazione politica della guerra del Pacifico, reazioni dei media, conseguenze immediate e a lunga durata per le vittime e per l’umanità intera da quell’estate lontana di cui con alcuni effetti conviviamo tutt’oggi.Emerge immediatamente la posizione dell’autore: lo sgancio delle bombe atomiche fu un palese atto di sterminio perpetrato dagli Stati Uniti ai danni del Giappone, che peraltro era destinato a perdere la guerra inesorabilmente da li a poco anche senza  l’utilizzo di mezzi di sterminio quali il mondo non aveva ancora visto. Ma allora come mai gli USA sganciarono le bombe? Quali sono le considerazioni in merito che ancora vengono fatte dalle popolazioni dei rispettivi Paesi a così tanti anni di distanza?  L’approfondimento  di Coulmas cerca di dare risposta a questi interrogativi, seppur palesando immediatamente, come ho già scritto, l’orientamento delle conclusioni.

A differenza dell’autore, che ha le idee chiare in merito, io ho un’opinione non chiara a riguardo. Penso che l’utilizzo della bomba sia stata una delle pagine più tragiche della Storia del XX secolo, e le innumerevoli vittime, soprattutto civili, abbiano subito un atto che se non coincide poco si discosta dallo sterminio deliberato in senso stretto. Dall’altra parte, però, restano sul “terreno” del la questione alcuni elementi importanti: la virulenza dell’espansionismo giapponese dagli anni ‘30 in avanti, i crimini di guerra dell’esercito nipponico (il massacro di Nanchino solo per citarne uno), l’attacco a Pearl Harbor senza dichiarazione di guerra, la non familiarità dell’esercito con la resa da cui nascono i piloti suicidi kamikaze, la resistenza del Giappone a una resa incondizionata per preservare l’imperatore, l’aver indotto al suicidio civili durante l’invasione di Okinawa. In aggiunta, ma non meno importante,  la tendenza dei soldati a combattere fino all’ultimo sangue su tutte le isole del Pacifico anche in condizioni di inferiorità numerica e con prospettiva di sconfitta sicura.

Tutti questi elementi, che ci sono stati insegnati dalla storia classica (qualcuno direbbe la storia scritta dai vincitori..) vengono ad uno ad uno “smontati” dall’autore in quello che è il suo obiettivo primario: far arrivare al lettore  a tutti i costi il concetto che il lancio delle bombe nucleari fu un crimine di guerra, punto e basta, senza appelli alcuni. Leggendo le sue argomentazioni trasuda un antiamericanismo essenziale che forse fa vacillare l’obiettività dell’opera: in certi punti (che illustrerò in seguito) ho fatto veramente fatica a considerare certi concetti suffragati da prove.

L’opera rimane, nonostante queste premesse, di alto livello sull’argomento.

Il primo capitolo descrive il teatro della guerra nel Pacifico ovvero dove, di fatto, combatterono solo Americani e Giapponesi per via navale, aerea e terrestre su isole e arcipelaghi (Guadalcanal, Saipan, Tinian, Iwo Jima, Okinawa per dirne alcuni). Il 7 dicembre 1941 gli Zero Giapponesi  bombardarono mezza flotta americana a Pearl Harbor, nelle Hawaii, senza dichiarazione di guerra e a sorpresa, nel tentativo di forzare l’embargo economico imposto dagli USA nel 1940 per arginare il virulento espansionismo Giapponese in Oriente. L’autore descrive come l’attacco sia servito agli USA come giustificazione morale a commettere qualsiasi atto durante la guerra (bombe atomiche comprese) mentre per il Giappone fosse solo un disperato tentativo di forzare un blocco che li rendeva privi di petrolio e caucciù. Sicuramente per gli Americani questo fu il pretesto per propagandare l’aggressività della “razza” giapponese, anche in virtù  dell’ingresso nell’Asse dei nipponici nel 1940 (accomunandoli quindi con la Germania nazista e l’Italia fascista, note per la loro aggressione espansionistica). Sotto l’aspetto tecnologico si ripercorrono la nascita della bomba (progetto Manhattan) e i costi enormi per arrivarci che rendevano giustificate le spese solo ed esclusivamente con un suo eventuale utilizzo. Dal punto di vista militare secondo l’autore le bombe furono assolutamente superflue: ciò che dichiarò Truman, cioè che la bomba avrebbe evitato una sanguinosa invasione del Giappone, non corrispondeva assolutamente ai dati in suo possesso che davano alternative al suo impiego (Eisenhower era contrario al bombardamento) come ad esempio attenuare i termini della resa o prendere tempo. Quello che il presidente Americano cercava era un rafforzamento della reputazione militare degli USA nei confronti dell’Unione Sovietica: la bomba avrebbe dimostrato una netta superiorità militare inducendo i russi a non cercare l’espansione in Oriente; si può dire che prima della fine della seconda guerra mondiale era già iniziata la guerra fredda.

L’equipaggio del B29 Enola Gay che sganciò la bomba

Per Coulmas quindi le ragioni militari per uno sgancio furono del tutto ininfluenti; le  vere ragioni furono giustificare i costi del progetto, dimostrare all’URSS la propria forza militare, sfruttare la propaganda razzista verso i giapponesi perseguita negli anni precedenti che li vedeva come razza inferiore aggressiva e superare la riluttanza nipponica ad accettare una resa incondizionata. Quest’ultima addirittura pare essere addossata come colpa agli USA piuttosto che essere una pecca del governo militarista giapponese.

Il secondo capitolo tratta i luoghi della memoria, ovvero le rappresentazioni dell’olocausto nucleare a Hiroshima e Nagasaki, con una descrizione anche di quello che si trova a Washington. Fino alla fine dell’occupazione (1952) gli USA attuarono una forma rigorosa di censura nei confronti di quelli che furono i reali danni causati dalle bombe, ad esclusione dei dati relativi ai morti e a quelli presunti di eventuali vite americane risparmiate grazie al loro impiego. Furono vietate foto e pubblicazioni a riguardo; venne perfino proibito l’accesso ai dati medici relativi alle malattie da radiazioni da parte dei soccorritori. Viene descritta la battaglia per la memoria dei caduti coreani (il 10% circa delle vittime, gli hibakusha), cioè  dei prigionieri di guerra coreani deportati dai giapponesi e obbligati a lavorare nelle industrie in regime di semi schiavitù’. Fino al 1990 queste vittime non venivano neppure citate, in parte per non intaccare l’aspetto di “vittime senza colpa” dei giapponesi  e in parte perchè rendevano problematica l’immagine di una nazione vittima innocente quale si voleva dare. Per l’autore la palese prova del crimine di guerra americano fu il bombardamento di Nagasaki, dove peraltro esisteva la comunità cristiana più grande di tutto il Giappone (cosa tenuta nascosta dagli USA ovviamente, per non diffondere pubblicamente l’impressione di comunanza religiosa con altri americani che avrebbe reso difficile giustificare un attacco “senza colpe”). A Washington fu invece proibito, durante una mostra in memoria dell’olocausto nucleare ( per gli stessi motivi), l’esposizione di oggetti cristiani rinvenuti nelle città bombardate.

Il terzo capitolo illustra come i media dell’epoca annunciarono al mondo il lancio delle bombe. Fatto molto importante, per Coulmas, fu che il modo in cui lo fecero formò le opinioni collettive a riguardo: per l’America un atto che salvò molte vite, per il Giappone un senso generale di sfinimento che gemerò una “coscienza della vittima”. E’ presente un elenco di opere cinematografiche  che trattano l’argomento  sotto i punti di vista esposti.

Il quarto e il quinto capitolo descrivono rispettivamente le reazioni degli intellettuali (Mann, Stein, Anders, e altri) e la letteratura sulla bomba, denunciando uno scarso interesse (specie in terra Americana) ad affrontare la questione. In USA coloro che l’hanno fatto controcorrente (presentando il lancio come sbagliato) hanno trovato un muro di gomma  (la “”guerra giusta”) difficile da scardinare; quando l’opinione è questa è molto difficile rilevare un eventuale crimine.

I capitoli sei e sette parlano delle testimonianze dei sopravvissuti (molto tragiche) e dell’insegnamento di Hiroshima nelle scuole  giapponesi, americane e tedesche. I testi scolastici in Giappone devono essere approvati dal ministero; in quasi nessuno viene sollevata la questione morale e ci si attiene a una rigorosa esposizione dei fatti per predisporre lo studente a ricevere un messaggio pacifista. I testi americani usano il punto cardine della “guerra giusta” per giustificare le bombe (secondo cui l’impiego non solo era legittimo, ma anche necessario) e i testi tedeschi adottano la stessa linea.

“Little Boy”, la bomba all’uranio sganciata su Hiroshima

Il capitolo ottavo parla della guerra della memoria, ovvero delle differenze con cui i fatti tragici dell’epoca vengono ricordati, con un’enfasi particolare sul modo con cui lo si fa in America. Il tema è sempre quello:  gli USA non si scusarono mai per il lancio perché la loro mentalità è ormai permeata a fondo del concetto di azione tragica ma necessaria per terminare una “guerra giusta”. Addirittura l’autore sostiene che la resa dei Giapponesi richiedeva tempo a causa della loro complessa burocrazia e che gli USA non lo concessero;  a mio parere tale tesi risulta un po’ forzata dato il complesso contesto in cui si svolgevano i fatti, forse col senno del poi sarebbe parsa la soluzione migliore ma, ahimè, non fu considerata. Coulmas si scaglia poi con veemenza su alcuni termini che, secondo il suo parere, nacquero con Hiroshima ma poi si snaturalizzarono per essere applicati ad altre realtà tragiche, facendo perdere così agli occhi della gente l’importanza originaria del contesto dove furono coniati. Tali termini sono Olocausto, Ground zero, e shock and awe. Il primo ormai si utilizza solo per definire l’eccidio ebraico perpetrato dai nazisti, il secondo per la tragedia del World Trade center (che l’autore non manca di ribadire non essere una città, quasi a dire che fu “meno grave”) e il terzo per definire la strategia americana nella guerra in Iraq.

L’ultimo capitolo, il nono, ha come tema  il “vivere” con la bomba, ovvero come la corsa agli armamenti abbia interessato il mondo a partire dal 1949 (da quando la Russia creò una sua bomba) comprendendo molte nazioni. Le conclusioni dell’autore sono che difficilmente si avrà un futuro senza bombe atomiche, nonostante gli sforzi indirizzati a un disarmo generale.

Le mie considerazioni

Seppur  supportata da un notevole antiamericanismo l’opera di Coulmas risulta buona nel complesso e sicuramente tocca parecchi punti cardine della vicenda; vi sono tuttavia alcune parti opinabili, a mio avviso, un po’ “misteriose” che l’autore presenta come verità assolute oppure su cui sorvola in maniera defilata.

Ad esempio:

  • L’attacco di Pearl Harbor ( 7 dicembre 1941) fu giustificato unicamente dalla politica di embargo USA?
  • Appurato che il Giappone sicuramente non poteva più vincere la guerra, è veramente colpa degli USA se i Giapponesi non accettarono la resa incondizionata per preservare l’imperatore? E ancora, è vero che se gli Americani avessero concesso tempo al Giappone questo si sarebbe arreso?
  • Coulmas nega assolutamente (e altri storici la pensano come lui) che il lancio delle bombe sia servito a evitare una invasione del Giappone: è proprio cosi’? Dopo la sanguinosa battaglia di Okinawa (che fu presa a modello di un principio di invasione e come campione per il calcolo di potenziali vittime) dove centinaia di civili si uccisero piuttosto che cadere prigionieri, fu sbagliato pensare che i caduti di una eventuale invasione potessero aggirarsi intorno al milione?
  • E’ proprio vero che il Giappone si sarebbe arreso comunque? Probabilmente se fossi stato su una portaerei nel Pacifico sottoposta ad attacchi Kamikaze non ne sarei stato cosi’ sicuro, o se avessi avuto un figlio su una di quelle navi o su una di quelle isole. Era risaputo che la resa non veniva contemplata come  scelta principale dai Giapponesi che preferivano il suicidio dopo aver combattuto fino all’ultimo sangue.
  • E’ lecito mettere in correlazione Hiroshima con Aushiwitz?  Furono crimini della stessa portata?
  • Veramente il cambio di contesto popolare del termine Olocausto e Ground Zero da Hiroshima alla Shoah e al World Trade Center hanno offuscato popolarmente la memoria del disastro nucleare?
  • E’ veramente possibile arrivare a un disarmo completo internazionale?

Alcuni di questi interrogativi sono tutt’ora aperti a mio avviso, nonostante l’autore faccia capire di avere tutte le risposte al riguardo. Personalmente non penso che le cose siano così chiarei da spiegare o da interpretare (forse un po’ presuntuosamente, lo ammetto) ma preferisco attenermi allo svolgimento storico dei fatti senza esprimere giudizi di parte giapponese o americana sull’accaduto. Sono certo che Coulmas abbia basato le sue argomentazioni su ricerche approfondite e che meritano rispetto.

E’ vero, ci sono state due bombe atomiche terribili ma c’è stata anche una guerra tremenda tra le due nazioni dal ‘41 al ‘45, un attacco a sorpresa senza dichiarazione di guerra, dei crimini contro l’umanità, una politica espansionistica mirata all’invasione di aree geografiche vicine ritenute vitali senza fare troppi complimenti o senza chiedere il permesso. E a farne le spese spesso sono stati i civili, gli stessi morti sotto le due bombe.

Sui lanci sicuramente c’è la volontà USA di dimostrare in occidente (particolarmente all’Unione Sovietica) la propria potenza militare (l’inizio della guerra fredda)

Riguardo all’utopia di raggiungere un mondo senza bombe nucleari sono scettico; basta leggere i quotidiani per rendersi conto che di folli in giro ce ne sono parecchi.  Ad esempio, sarebbe stato lecito lanciare bombe atomiche sull’Iraq o sull’Afghanistan? Forse gli USA avrebbero le idee chiare; perché non l’hanno fatto? Probabilmente per la lezione di Hiroshima e Nagasaki, o forse perché , al di là del concetto di “guerra giusta” la consapevolezza del crimine nucleare contro civili inermi c’è sempre stata.

Oppure i presupposti sono cambiati, e quello che prima si chiamava egemonia sul Pacifico ora si chiama dominio sulla geografia del petrolio, l’oro nero.

A voi le conclusioni e le interpretazioni del caso.

“Now, I am become Death, the destroyer of worlds” – Robert J. Oppenheimer

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