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“La divisa li fasciò come una tenuta di vergogna e di morte, i fucili che ancora impugnavano non li sentivano più onorevoli armi nazionali ma individuali arnesi da caccia o banditismo”

“Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro o contrario. Resistere ai tedeschi  – non sparare sui tedeschi – non lasciarsi disarmare dai tedeschi – uccidere i tedeschi – autodisarmarsi – non cedere le armi. Tutti ci serravamo la testa tra i pugni, perché non ci scoppiasse”.

Ritrovo con piacere, nell’ultima opera pubblicata in vita da Fenoglio, la figura di Johnny, lo stesso personaggio de “Il partigiano Johnny” letto qualche mese fa. Questa volta, pero’, non lo ritrovo nei monti dove l’avevo lasciato a combattere, ma come giovane allievo ufficiale del Regio esercito a Roma nella primavera del 1943.

L'armistizio (fonte Wikipedia)

L’autore descrive nella prima parte tramite dialoghi diretti la vita quotidiana e le sensazioni dei commilitoni; chi proviene dal Meridione, chi dal Nord, chi ha già combattuto e chi no, gli ufficiali istruttori, tutti accomunati da uno spettro: quello della guerra che ha già preso, a detta di molti, una piega irreversibile che porterà il Paese a una inevitabile sconfitta dopo un quasi certo sbarco Alleato nella Penisola.

La vita militare scorre quieta fino al 25 luglio quando Mussolini viene deposto dal Gran Consiglio del Fasciscmo, arrestato dal Re, e sostituito dal governo Badoglio che lapidario scrive in un proclama: la guerra continua.

Ma i dubbi dei giovani allievi ufficiali trovano riscontro nell’8 settembre: data che la storia del poi ci dice aver assunto molti significati: armistizio, resa, libertà o tradimento a seconda degli schieramenti. Per Johnny è l’inizio di una avventura. Fenoglio descrive superbamente le sensazioni degli uomini; chi era fino a pochi giorni prima alleato diventa un nemico invasore, la divisa di cui poco prima si andava fieri diventa un simbolo di tradimento per i tedeschi e un chiaro biglietto di deportazione in Germania o di morte al muro.

Bisogna trovare abiti borghesi, gettare la divisa e tutto quello che ha rappresentato per un unico scopo: tornare a casa e dimenticare, nella vergogna, tutta questa tragica avventura.

Le stazioni ferroviarie presidiate dai tedeschi, i treni carichi all’inverosimile di ex soldati del Regio alcuni dei quali vengono riconosciuti e messi in fila per chissà quale destino. Il rocambolesco viaggio di Johnny che giunge finalmente prima a Firenze poi a Genova e sempre più vicino a casa finchè, a poco meno di 30 km dalla sua destinazione finale, incontra un camion di gente vestita un po’ militarmente e un po’ borghese.

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943. (Fonte Wikipedia)

Sono i primi nuclei di ribelli, i partigiani, che si battono contro i tedeschi e i fascisti. Per Johnny, inizialmente suo malgrado inglobato tra loro, è l’inizio di una presa di coscienza dopo aver letto il proclama del maresciallo Graziani.  Combattere per la libertà e reagire colpo su colpo alle rappresaglie.

Come ne “Il partigiano Johnny” per il protagonista il finale pare tingersi di morte, ma ancora una volta col sorriso di quella tranquillità morale raggiunta nell’aver fatto ciò che la propria coscienza dettava come unica opzione di quel frangente.

Sono ormai affezionato al modo di scrivere di Fenoglio.

Nelle pagine del romanzo sono descritti magnificamente i giorni dopo l’armistizio caratterizzati dal caos più totale, dallo sfascio dell’esercito che resta senza ordini chiari (vergognosamente abbandonato a sé stesso, concedetemelo, col Re e badoglio scappati a Brindisi), la vergogna di vedere la propria divisa divenire uno straccio pericoloso e la rocambolesca fuga verso casa nel tentativo di dimenticare questa brutta storia riordinando i cocci. Ma per molti la parte tragica inizia in quel momento.

Ancora una volta Fenoglio, in veste autobiografica, ci regala pagine che dovrebbero ricordarci sempre ciò che avvenne in quel periodo  che porto’ a una sanguinosa guerra civile, e cosa significò per i ragazzi di quella generazione.

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