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“Albert Speer, lo stesso uomo che ho conosciuto bene e a cui mi sono a poco a poco affezionata, avrebbe potuto benissimo essere impiccato nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1946, quando, nella palestra della prigione di Norimberga, dieci degli uomini di Hitler furono messi a morte”

Da queste parole, con cui Gitta Sereny introduce la sua opera, possiamo trarre una parziale risposta a tutte le argomentazioni, esposte con magistrale chiarezza, che fanno capo a una tragica domanda: dei terribili crimini nazisti perpetrati ai danni degli ebrei quanto era a conoscenza Albert Speer?

E ancora: è credibile, come lui ribadi’ per tutta la sua vita dopo la guerra, che lui non ne sapesse nulla?

Unico tra tutti gli imputati di Norimberga, Speer ammise una responsabilita’ comune per i crimini del Nazismo, ma mai in maniera diretta e tantomeno per fatti riconducibili espressamente a lui.

Speer con Hitler all'Obersalzberg

L’autrice inizia ogni capitolo introducendolo  con un’estratto dei diari del processo ; atrraverso le fasi salienti della vita di Speer siamo immersi in un quadro a 360 gradi di quello che accadde politicamente in Germania dal 1918 al 1945; particolare risalto viene data all’analisi dell’infanzia del futuro architetto,: infelice, in perenne contrasto coi genitori e coi fratelli e maturante quella precaria impalcatura emotiva che lo renderà in futuro incapace di qualsiasi espressione sentimentale: amore, odio, empatia, immedesimazione negli altri; tutte caratteristiche che forniscono chiavi di lettura al personaggio Speer degli anni successivi: studente, fidanzato con Margret, praticante architetto e poi libero professionista, architetto del Fuhrer, ministro degli armamenti, imputato di crimini contro l’umanità, prigioniero a Spandau, scrittore di successo nell’ultima fase della sua intensissima vita.

Avvalorate dai numerosi testimoni di quell’epoca, che la Sereny nel suo decennale e laborioso lavoro di scrittura ha intervistato per dare al suo libro un taglio storico reale, la descrizione degli eventi salienti  non manca di mettere in risalto il contesto reale dei fatti; questa analisi, come definisce l’autrice più di una volta, cerca sempre di tenere conto degli eventi e delle reazioni dei partecipanti in quel preciso momento, e mai a posteriori.

La natura della relazione di Speer con Hitler, di “platonico amore omoerotico” come la definì lo storico Joachim Fest, è il contesto che non va mai trascurato nel valutare le reazioni dell’architetto alla sua ascesa alla corte del Nazismo, alla presa di coscienza di quello che Hitler rappresentava veramente, alla sua reazione a questa tremenda verità, al tentativo prima di contrastarlo e poi, appena abbozzato, di ucciderlo. Contesto la cui attenta considerazione rimane valida nella rivisitazione dei fatti, prima con l’ “Abbozzo di Norimberga” e poi con l’”abbozzo di Spandau”,  che sarebbero divenuti le “Memorie dal Terzo Reich”.

Speer negli anni '30

Forse la sete di potere, forse il desiderio di apparire furono i motivi iniziali per cui Speer tradi’ la vocazione di architettura pura e si fece attrarre sempre di più e sempre in maniera più invasiva nelle sfere del partito che come capo aveva quella figura  emanante un fascino irresistibile: il Fuhrer.  Incaricato di progettare la nuova Berlino, le manifestazioni del partito e la cancelleria, Speer e il suo gruppo di lavoro non conobbero la fatica, i doveri verso le proprie famiglie e la propria vita privata pur di soddisfare il loro idolo.

Il dizionario emotivo di Speer e quello di Hitler avevano le stesse carenze; entrambi incapaci di esprimere le proprie emozioni compensavano vicendevolmente queste limitato assortimento indirizzando le proprie energie ad obiettivi precisi. Per Speer questo surrogato era verso l’arte, la progettazione, e nulla avrebbe potuto distoglierlo da questo.

Per Hitler l’arte era un piacevole diversivo a quello che gia’ nel Mein Kampf aveva delineato con estrema e tragica chiarezza: l’espansione della Germania e l’eliminazione degli ebrei.

Il punto di svolta è l’aggressione all’URSS (Operazione Barbarossa) in concomitanza con la quale la politica del Fuhrer diviene selvaggia e spietata palesando il suo reale volto mostruoso: non è una guerra normale ma una guerra contro il comunismo; vengono diramati ordini di uccisione di commissari politici catturati  (Il famigerato ordine dei Commissari), di ufficiali e di ebrei nei territori occupati. Per la prima volta si sterminano gli ebrei col gas. Questi “semi” tremendi gettati da Hitler rappresentano la nascita di quello che sarebbe diventato il nucleo organizzativo dell’attentato del 20 luglio e in linea più ampia della Resistenza Tedesca al Nazismo.

Speer e Hitler - Giugno 1942 -

Nominato ministro degli armamenti nel 1942 Speer si adopera con tutto se stesso per lanciare la produzione bellica della Germania verso quella che era, nei sogni di Hitler, la vittoria finale. Ed è proprio in questi anni che si rende protagonista di quegli atti che sarebbero diventati i suoi capi d’accusa a Norimberga: deportazione di manodopera costituita da prigionieri dell’Est mantenuti in situazioni tragiche, sfruttamento degli stessi fino alla morte per sfinimento o per esecuzione tramite fucilazione o gas.

Sapeva delle condizioni terribili dei prigionieri? Sapeva della conferenza di Wansee del gennaio 1942 con cui vennero pianificate le fasi per il raggiungimento dello sterminio, della “soluzione finale”?

Pur non essendo presente, come narra  la Sereny fornendone le prove, al tremendo discorso di Himmler a Posen quanto sapeva degli ormai espliciti piani di sterminio?

E ancora: pur essendo il progetto “soluzione finale” riservato, è lecito supporre che un ministro di Hitler non ne fosse informato?

Il dramma di Speer inizia verso la fine della guerra, quando diventa “consapevole di una colpevolezza”, in seguito a una visita alla fabbrica sotterranea dei missili V2 dove vide le condizioni tragiche degli operai che lui stesso aveva contribuito a recuperare deportandoli dai territori occupati dell’Est.

Da quel momento vede Hitler in luce diversa (“non avevo mai notato che nasone avesse” ) forse addirittura per il folle fanatico che è, ma il contrasto con i sentimenti che prova per lui generano un conflitto interiore che lo dilanierà per il resto della sua vita; contrasta apertamente il dittatore nei suoi ordini di “Terra bruciata” senza rischi per la propria incolumità dal momento che anche Hitler ricambiava questo affetto morboso nei suoi confronti e mai avrebbe intrapreso contro di lui soluzioni estreme come invece lo consigliavano di fare altri gerarchi.

Raggiunto il tragico epilogo della guerra Speer esce vivo dal Processo di Norimberga (dove invece il suo vice Sauckel venne impiccato)  e inizia la sua vita da prigioniero dove, aiutato da fedeli amici, inizia a sopravvivere. Scrive l’abbozzo di quello che diventeranno le sue memorie e intraprende un percorso con l’aiuto del pastore protestante Casalis che lo aiuta a diventare un “uomo diverso”.

In ultima analisi nelle sue ponderate conclusioni Gitta Sereny non offre molte scusanti a Speer: probabilmente sapeva dello sterminio degli ebrei, ma impedi’ a se stesso di diventarne consapevole in maniera attiva. Fu cosi’ che continuo’ a servire il Reich anche più di quello che avesse dovuto fare.

Il motivo? Forse per uscire da quell’anestesia emotiva che lo caratterizzava; il lavorare bene, l’essere apprezzato, il creare, il potere, erano per lui EMOZIONI.

Personalmente, dopo aver letto questo bellissimo e monumentale libro, credo che le conclusioni dell’autrice, che peraltro ha avuto il vantaggio di diventare amica di Speer, siano sostanzialmente corrette e inconfutabili. Speer fu attratto da un vortice tremendo che lo avvolse a 360 gradi e, fatto tragico, fu contento e realizzato di questo. Quando si rese conto che i suoi sforzi erano al servizio di un folle cadde addirittura malato (1944) in seguito a un qualcosa che psicologicamente potrebbe essere definito come un contrasto dilaniante tra ciò che era stato e gli sforzi che aveva profuso (la sua vita di successo) e ciò per cui le sue opere erano realmente, crudamente servite (deportazioni e sterminio, violazione dei diritti umani).

Al processo di Norimberga

Speer non uccise mai nessuno, non odiò o incitò altri a farlo, fu completamente dedito alla suo lavoro mente e corpo. Nel fare questo  uccise la propria coscienza, il proprio metro di giudizio; si sforzo di guardare verso il bello ma distogliendo lo sguardo dal brutto proprio perché quest’ultimo poteva mettere in discussione tutto quello in cui aveva creduto dal profondo di sé.

Questa fu la tragica realtà, se vogliamo meritevole di compassione, di Speer, che di fatto passò gli anni dal 1944 in avanti a fare i conti con la sua “grande menzogna”, vivendo nel passato e perdendo, a causa della sua perenne esigenza di esprimere colpa con chiunque, l’amicizia di coloro che condivisero con lui quegli anni ma non le stesse responsabilità che portarono a generare il suo fardello.

In conclusione non posso far altro che inchinarmi di fronte a questa opera storica completa che è “In lotta con la verità”; mi ha tenuto compagnia per un mese, impegnato e appassionato senza mai annoiarmi semplicemente con una domanda la cui reale risposta Speer si portò dietro nell’aldilà:

Quanto sapeva veramente dello sterminio degli ebrei?? 

 

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