More about I ventitré giorni della città di Alba

Dodici racconti con cui Fenoglio ci descrive, con molti riferimenti autobiografici, la situazione dei giovani impegnati direttamente nella guerra civile (1943-1945) oppure immediatamente dopo alle prese con la disoccupazione e il cambiamento sociale.

  • I ventitre giorni della città di alba racconta l’esperienza dell’occupazione simbolica   di  Alba dal 10 ottobre  al 2 novembre 1944, dall’ evacuazione dei repubblichini fino alla ripresa con la forza da parte di quest’ultimi. Viene descritta la sfilata dei partigiani per le vie del centro, il discorso dei capi partigiani dal balcone come fossero un esercito regolare, la requisizione dei beni ai contadini, la battaglia della mattinata del giorno dei morti e la definitiva ritirata. C’e’ una forte componente antiretorica, tant’è che vengono descritti i fascisti come più abili gestori della città data la loro maggiore organizzazione e numero di uomini.
  • L’andata descrive la missione di cinque partigiani, di cui uno sui 16 anni, Bimbo,  mirata a far prigioniero un sergente fascista che abitualmente sosta solo in un bar grazie alla complicità di una cameriera (sorella di Bimbo). A operazione conclusa e sulla via del ritorno vengono pero’ sorpresi dalla cavalleria repubblicana, uccidono il sergente e vengono a loro volta freddati dai fascisti.  Viene messo in risalto l’impreparazione partigiana data dall’età giovanissima dei militanti paragonata a quella dei repubblichini che avevano nelle loro fila più membri dell’ex esercito regolare.

Partigiani ad Alba

  • Il trucco narra della cattura di un soldato della repubblica e della sua esecuzione. A contenderselo sono due partigiani ma alla fine vengono mandati con l’inganno  dal loro capitano, che invece esegue lui stesso la pena,  in un altro posto dove sentono la raffica.  Vengono descritti i problemi del seppellire un morto in terra di nessuno e la procedura di mandare una staffetta dal capitano di zona affinchè decida della sorte del prigioniero
  • Gli inizi del partigiano Raoul è forse il racconto più autobiografico dell’autore.  Descrive un giovane che da un centro cittadino (Castagnole) abbandona la sua casa e sua madre vedova (che non approva) per unirsi ai gruppi partigiani. Anche Fenoglio proveniva dalla città (Alba) e aveva studiato rispetto a molti altri. Vengono illustrate le dure condizioni di vita in cui vivevano i militanti e sul difficile adattamento a quella vita di incertezza, pur mossi da ideali di libertà.
  • Vecchio Blister è la drammatica storia di un quarantenne partigiano, molto più vecchio degli altri, che nonostante il suo passato ricco di valorose azioni viene condannato a morte per aver derubato e terrorizzato gli abitanti di un cascinale da lui scambiati per fascisti a causa di qualche bicchierino di troppo.  Risalta come i partigiani non potessero tollerare fatti che andavano contribuire negativamente all’opinione che la gente avesse di loro: non si esitava a fucilare un vecchio commilitone che si è macchiato di un crimine nonostante si riconosca il suo passato speso per la causa. Molto bella la descrizione delle sensazioni di Blister che fino a quando non sente lo sparo pensa che sia tutto un brutto scherzo per spaventarlo.
  • Un altro muro mette in risalto tramite la storia di Max e Lancia la distinzione tra partigiani badogliani (il primo) e partigiani garibaldini comunisti (il secondo). Trovatisi entrambi prigionieri dei fascisti ad Alba vivono ore di angoscia in prigione in attesa della sentenza. Lancia, essendovi relegato gia’ da una settimana, è più pratico e rassegnato; Max invece spera in uno scambio di prigionieri. Vengono portati dal plotone d’esecuzione nei pressi del cimitero e messi entrambi al muro. Il solo  Lancia viene ucciso dalla raffica e Max notificato dell’avvenuto scambio a sua insaputa; il prezzo della sua cattura l’ha pagato con quello spavento. I Garibaldini difficilmente tenevano i prigionieri in vita e spesso i fascisti ricambiavano il favore fucilandoli a differenza dei Badogliani che erano più inclini allo scambio.

Alba: dopo un rastrellamento fascista tre partigiani (i fratelli Menicatti) condotti alla fucilazione

  • Ettore va al lavoro è la storia di Ettore, ex partigiano, che ora si trova disoccupato e non accetta di fare un lavoro comune dopo aver avuto incarichi di comando su 20 uomini durante la guerra. Rifiuta i lavori che lo obbligano a vivere tra due mura perdendosi tutto quello che succede fuori durante la giornata e finisce per accettare l’offerta di lavoro sporco di Bianco, partigiano che “fa pagare il fascismo a rate” a qualche ex simpatizzante del fascio. Risalta il disagio degli ex combattenti dopo la guerra e l’alienazione che vivono.
  • Quell’antica ragazza racconta di Argentina, ragazza figlia di contadini e mandata in collegio, che al ritorno si concede a tutti i mezzadri della zona e viene prontamente spedita indietro. Si giustifica col fatto che pensava che le ragazze fuori dal collegio facessero cosi’. Risalta la spaccatura sociale e le credenze che la gente aveva verso gli abitanti delle campagne.
  • L’acqua verde narra di un giovane ragazzo che si appresta a suicidarsi lasciandosi andare alla corrente del  fiume, notando mentre lo fa di  come l’acqua profonda si faccia verde. Descrive sensazioni dell’aspirante suicida e ancora focalizza l’attenzione sul disagio giovanile del dopoguerra.
  • Nove lune parla di un ragazzo che mette incinta la fidanzata e deve affrontare i suoi genitori e quelli di lei. Vuole gestire la situazione da uomo ma deve sottostare alla morale del tempo che vede la cosa come una profonda vergogna.
  • L’odore della morte descrive la vicenda di Carlo che convinto di richiamare l’attenzione della sua ragazza in realtà fischia a quella sbagliata scatenando le ire del suo ex fidanzato geloso Attilio che la stava pedinando; dalla collutazione Carlo ne sente “l’odore della morte”  ovvero della malattia che Attilio ha contratto dopo essere stato deportato in Germania durante la guerra. Dopo 20 giorni Carlo accendendosi un fiammifero legge per caso il necrologio di Attilio.
  • Pioggia  e la sposa racconta di un bambino, sua zia e il figlio di questa suo cugino prete che sotto un temporale si recano a un matrimonio desiderosi di partecipare al pranzo di nozze. Viene messa in risalto l’inadeguatezza del cugino come prete e tramite un flash back del bambino si allude al fatto che più tardi questi, dopo essere stato trasferito in un posto dove la madre non aveva potuto seguirlo, avesse dismesso l’abito causando la morte della donna di crepacuore.

Questa raccolta di racconti è la seconda opera che leggo di Fenoglio dopo “Il Partigiano Johnny” e ne ho apprezzato lo stile inconfondibile che lo caratterizza, l’antiretorica, la fedeltà della cronaca di molti fatti probabilmente autobiografici.

In questa carrellata di racconti, specie quelli partigiani, emerge in maniera drammatica la vita che questi uomini conducevano, la disciplina a cui erano sottoposti, la giovinezza che li caratterizzava, l’inadeguatezza a volte e la facilità con cui trovavano la morte. In quelli invece che raccontano la vita civile l’autore descrive la vita di quell’epoca, la morale, la difficoltà del reinserimento, l’alienazione e il difficile rapporto coi genitori.

In Ettore va al lavoro Ettore dice “Io non mi ci trovo in questa vita, e tu lo capisci ma non ci stai. Io non mi ci trovo in questa vita perché ho fatto la guerra”. Una frase che sintetizza bene la situazione.

Uno spaccato di vita di quel periodo.

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